Il D.L. n. 62/2026 introduce un nuovo passaggio nel dibattito sul “salario giusto”, valorizzando il ruolo della contrattazione collettiva comparativamente più rappresentativa.
Il decreto si inserisce nel percorso avviato dalla Legge n. 144/2025 e nel quadro europeo tracciato dalle direttive sui salari minimi adeguati e sulla trasparenza retributiva.

La scelta del legislatore non è quella di introdurre un salario minimo legale generalizzato, ma di rafforzare il modello italiano fondato sui contratti collettivi nazionali.
Il trattamento economico complessivo previsto dai CCNL sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative diventa il parametro centrale per valutare la conformità della retribuzione all’art. 36 della Costituzione.

L’obiettivo è contrastare il dumping contrattuale e ridurre lo spazio dei contratti sottoscritti da soggetti poco rappresentativi.
Il decreto collega inoltre l’accesso ad agevolazioni e benefici pubblici al rispetto dei parametri retributivi individuati dalla contrattazione qualificata.

Un punto rilevante riguarda anche i rinnovi contrattuali: se il CCNL non viene rinnovato entro dodici mesi dalla scadenza, è previsto un adeguamento retributivo collegato all’inflazione.
Si tratta di un meccanismo che mira a evitare lunghi periodi di vacanza contrattuale e a responsabilizzare le parti sociali.

Resta però centrale il ruolo del giudice del lavoro, chiamato a verificare se la retribuzione sia realmente proporzionata e sufficiente.
La giurisprudenza ha infatti già chiarito che l’applicazione di un CCNL, anche firmato da soggetti rappresentativi, non garantisce sempre il rispetto dell’art. 36 Cost.
Il decreto non rivoluziona il sistema, ma tenta di riequilibrare il rapporto tra legge, contrattazione collettiva e controllo giudiziale.
La sua efficacia dipenderà dall’attuazione concreta e dalla capacità dei contratti collettivi di garantire salari davvero adeguati.